Un anno e mezzo dopo

Lasciavo il diario alla morte di papà. Un evento tragico che ho vissuto da sola, abbandonata da chi doveva essermi vicino. Si fece poi vivo ai funerali, per trattarmi ancora male prima ancora che cremassimo papà. Accusandomi di avergli nascosto i messaggi di cordoglio che avevo ricevuto.

Non ha avuto rispetto di nulla e ha maltrattato tutto quello che poteva maltrattare.

Il mio diario si è riempito di video, parole e foto che testimoniano un anno e mezzo di dolore e sforzi e umiliazioni e rinunce per essere amata da lui. Per essere apprezzata.

Sono tutte circostanze che lui nega. Lui nega di avermi fatto soffrire. Nega di essere stato duramente geloso e nel caso lo ammetta, io per lui lo sono stata anche peggio. Mistifica la realtà e gira le frittate e dice che io ho avuto tante libertà.

Descrive in sostanza se stesso e finge di essere una vittima mettendo a dura prova il mio sistema nervoso. Anche adesso, mentre scrivo, ho le dita che mi tremano, la gola che si irrigidisce, il respiro che si blocca e il cuore che batte forte. Probabilmente anche il cortisolo sale alle stelle e temo anche di ammalarmi per questo malessere.

Forse questo corona virus mi sta facendo capire quanto sia inutile e negativo per me questo amore. Ma non è vero. Io l’ho capito da molto tempo. L’ho sempre saputo. Questo amore è solo una merda.

Nostalgia

Ho bisogno di un’amica. Di una persona nuova che abbia la mia profondità. Che abbia consapevolezza delle cose e dignità. Che sappia ascoltare e anche alleggerire, che condivida il suo pensiero e non resti silenziosa. Che mostri i suoi anni, ma dove necessario anche la sua immaturità. Che pianga con me. Che sappia parlare della morte e della vita senza paura. Che parli di sesso senza vergogna.

Ho bisogno di andare al cinema e piangere in sala al buio, ho bisogno di una birra al pub per far finta che è tutto ok.

Ho bisogno di viaggiare da sola per crescere, per sfamarmi di autonomia e desiderare al ritorno una sana dipendenza.

Papà

Quando ero bambina il mio papà era spesso fuori per lavoro. Lo ricordo vagamente come una presenza non importante. Quando litigava con mia madre lei piangeva. Non ricordo le loro scaramucce, ma lei spesso piangeva ed io soffrivo e desideravo che quell’uomo inutile andasse via di casa. Queste le sensazioni che avevo ed i ricordi strambi che conservo.

Durante l’adolescenza lo ricordo meglio. Era con lui che andavo a comprare vestiti per me, era lui che era più attento alla forma delle cose. Quando si arrabbiava era spaventoso e avevo sempre l’impressione di non poterci parlare.

In età adulta ho realizzato le sue debolezze e ho condonato tutti quegli aspetti che gli hanno fatto perdere fascino ai miei occhi. Non era stato il papà ideale, ma avevo compreso le sue difficoltà e i suoi tentativi di essere quello che ogni papà vorrebbe essere.

Papà oggi mi sta lasciando…non riesco a realizzare bene questa fine, ma sarei disonesta se pensassi che domani potrebbe tornare a parlarmi come un mese fa. Vederlo spogliato della sua forza e dolorante, depresso, triste, mi sconvolge.

Ho tanta voglia di piangere.

La mia maratona di Berlino

Questo racconto parte dall’arrivo, dal traguardo tanto sognato di una maratona che sapevo essere veloce ma veloce per me non è stata.

Non è stato niente di tutto quello che avevo immaginato e ho fatto tesoro, forse in maniera definitiva di alcune regole importanti perché anche una sfida con se stessi non diventi una delusione.

Forse il preambolo da fare prima di parlare di una maratona è quello relativo alla sua preparazione, e infatti la maratona è la preparazione. La gara in sè è l’aspetto più bello, più patinato di questa esperienza. La preparazione, invece, è la parte più dura, faticosa e solitaria.

Ancora una volta ho preparato questa maratona con i sentimenti aggrovigliati, ed era come salire e scendere continuamente da una giostra. Non si può essere costanti se il cuore non è a posto.

Ma nonostante questo, non ho saltato un allenamento di quella tabella.

Forse di questa preparazione ricordo con dispiacere due allenamenti in particolare, i primi 30km, che ero felice di aver chiuso abbastanza bene e che inesorabilmente rappresentarono solo una brutta giornata e poi l’ultimo lunghissimo, che purtroppo chiusi a 32km per un dolore al tendine o al cuore, questo non lo ricordo bene.

Si, ho decisamente capito che bisogna scendere dalla giostra per una sfida con se stessi come può essere una maratona. Ma non tutti scendono dalla giostra, molti vivono quel giro come se fossero sulla ruota panoramica, senza scossoni e senza voli pindarici, senza vuoti d’aria che creano il deserto emotivo.

Io non vorrei nemmeno la ruota panoramica, io desidero per me solo la terra sotto ai miei piedi e la certezza di poter sopravvivere e affrontare le mie sfide senza paura.

Quindi la maratona di Berlino è passata davvero come un treno ad alta velocità ed io non ricordo quando sono salita a bordo e quando sono scesa.

Ho sentito la fatica in tutto il corpo. Il caldo asfissiante che mi accelerava il cuore e mi metteva sete. Il corpo trasudava stanchezza e bramava acqua fresca. Volevo solo raggiungere il traguardo.

Ogni chilometro, a partire dal trentesimo, è stato raggiunto con dolore quasi, e sapere di aver fallito contro me stessa mi rendeva la corsa inutile. Credo di ricordare con gioia solo la porta di Brandeburgo. Spettacolare e ancora molto lontana dal traguardo.. pochi metri, ma per me Infiniti passi dolenti.

All’arrivo ho pianto. Medaglia al collo, crampi, quattro ore ed un minuto. Delusione e rabbia.

Come la cioccolata d’estate

Il passaggio cruciale tra la fine della malattia e la guarigione completa è potersi alzare sulle proprie gambe e uscire di casa.

La guarigione sta nel sentirsi guariti.

Oggi ho ancora la febbre, forse qualche linea in più della scorsa settimana. Ma la cura so che funziona. È quella giusta solo che è cara e a volte penso di non premerla permettere.

Sono disciolta come un pezzo di cioccolata ad agosto. Mi sento poco attraenteSo che arriverà l’inverno e sarò un buon cioccolatino di nuovo, ma ora sto così.

Non saprei come intitolare questo post. Vorrei parlare di come mi sento rileggendo le pagine del mio diario di un anno fa e rivedendo i video di un anno fa.

Quello che esprimevo era tanto dolore, impotenza e frustrazione. E oggi sono esattamente allo stesso punto, come se nulla sia cambiato. E invece in mezzo c’e un anno di grossi cambiamenti miei, di sacrifici e di attenzioni particolari. Un anno di dure prove, come se dovessi guadagnarmi l’amore dell’uomo che io invece amavo già profondamente.

L’altro giorno mi balenava per la testa la parola dignità. Mi sfuggiva il significato intrinseco della parola. Avevo ben chiaro il significato generico ma nei fatti, non ero in grado di determinarne un significato preciso. Sono andata su Wikipedia per poterlo cogliere meglio:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Dignità

Io ho perso la dignità ed ora tocca andarmela a riprendere. Se avrò fatto mio questo obiettivo guarirò in fretta.

Lily

Lily è la mia gatta. È ancora molto giovane, ma ogni giorno mi insegna qualcosa sulla sua indipendenza. La fisso negli occhi e vorrei essere come lei. Nonostante i tentativi di addomesticarla, nonostante l’amore quasi incondizionato che riceve qui a casa, nonostante lo spazio a lei dedicato, il tempo e la cura, appena può tenta la fuga. Vorrebbe uscire di casa ed esplorare la strada.

Amo il suo sradicamento, l’essere attaccata a noi come una foglia, non come una radice.

Cerca le coccole e se le prende, se non gradisce si divincola e non c’è santo che possa strapparle un po’ di mansuetudine quando non ne ha voglia. Dorme spesso e invidio anche quella sua possibilità di farlo ovunque, in qualsiasi momento della giornata e senza badare al caos che la circonda.

Voglio essere come lei, inattaccabile dai sentimentalismi, fiera nel portamento, silenziosa e imperscrutabile.

La mia gatta conosce tanti miei segreti, quando piango mi osserva, sembra quasi avere compassione di me, ma poi si lecca il pelo e passa alla toilette, come a volermi far capire che non serve a nulla, la vita ha cose più importanti a cui badare.

Quel giorno che ti rivelasti

Ho sempre pensato che io e te parlassimo due lingue diverse, all’inizio ero convinta che fossero l’una il linguaggio maschile e l’altra quello femminile, ma poi, col tempo, ho realizzato che la tua lingua era quella della manipolazione.

In una conversazione sana tra due persone che si amano si passano generalmente al vaglio i problemi comuni, senza separare i due soggetti, senza analizzare un problema che affligge uno dei due come se fosse alimentato solo dal suo carattere ma, al contrario, cercando di capire le motivazioni che spingono ad essere “distratti”, “irrispettosi”, “egoisti” e che sicuramente sono legate alle dinamiche della coppia, di ognuno dei due componenti di essa.

Con te, se si parlava di me, si dovevano analizzare le mie azioni e leggerci dentro la voglia di evasione, il carattere curioso e l’egoismo. Mai provare ad interpretarli come una reazione naturale alle tue azioni. E questa cosa mi mandava in pappa il cervello perché, al contrario, quando si parlava di te, era tutta una reazione al mio modo di essere.

Non importa che tu non abbia mai smesso di triangolarmi, che abbia agito così anche quando ero completamente soggiogata dalla tua personalità, non importa che io sia stata devota a te, tu eri sempre giustificato nel tuo essere maledettamente stronzo.

Quando volevi farmi male, ma male davvero, ti bastava fare questo gioco orrendo.

E l’ultima volta lo hai fatto, senza badare a spese. Non ti fregava nulla di buttare nell’immondizia la nostra storia, di disattendere delle promesse fresche, di capire che stessi solo cercando di far valere le tue ragioni sulle mie, senza alcuna necessità.

E così sei venuto fino a casa mia perché non ti bastava essere stronzo solo al telefono. Dovevi venire a manifestare la tua violenza a casa mia.

Sei una puttana nel cervello, sei una zoccola qui (e mi hai messo le mani tra le gambe con violenza) e sei zoccola qui (e sbattevi le tue dita sulla mia fronte).

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Hai dato calci al mio divano, hai minacciato di distruggermi casa, mi hai scaraventato sul divano con violenza e mi hai accusato di farti diventare una persona irriconoscibile. Hai continuato a dirmi:

Sei una puttana, ti piace scopare con chiunque, sono sicuro che hai scopato con un altro. (Il mio dolore a questo punto si è fatto gigantesco e ti ho dato uno schiaffo per farti smettere). Ti piaceva quello e non vuoi ammetterlo e stai mandando a puttane la nostra storia per questi motivi. Hai voluto fare la foto con quello abbracciata così (e mi infilavi la lingua in bocca, schifosamente, come un pervertito, con violenza e disprezzo).

Io non posso accettare le scuse che mi hai mandato via mail. Per me non esiste nessuna pazzia che possa giustificare quello che hai fatto. Ero convinta tu fossi un uomo normale, mi ero fidata di quello che mi mostravi.

Sei un verme.

La rabbia

La rabbia è un sentimento che, mio malgrado, mi è diventato familiare.

Odio essere arrabbiata e vorrei trovare una cura efficace contro questo stato d’animo potente e frustrante. Credo di aver peggiorato il grado di pazienza da quando ho smontato la mia testa dal corpo e l’ho portata a spasso per qualche tempo. Ora mi ritrovo spesso a innervosirmi per poca roba. Mi irrigidisco e tremo anche. Assumo un tono di voce cattivo, innaturale e pronuncio frasi senza un senso preciso. Ricordo che un anno fa circa, notai anche una specie di balbettio mentre perdevo le staffe.

Io penso di poter affermare con certezza che questa rabbia sia un’eredità del narcisista. È una rabbia folle e violenta, una rabbia irrazionale, scatenata da futili motivi e non riesco a governarla, sento che deve esplodere nella sua devastazione e assolvere alla sua stupida missione di farmi sentire svuotata e indomabile.

Il sangue circola veloce nelle mie vene, la testa si riempie di pensieri distorti e schizzanti, il mio sguardo si fa obliquo.

La rabbia mi abbandona solo quando ha preso tutto, le energie vitali, il livore e la forza. Mi lascia inerme, molto spesso sul letto o sul divano, gli occhi sbarrati a cercare il nulla, il caldo che mi soffoca e il cuore che mi batte all’impazzata.

Ho letto da qualche parte che ci si ammala di questa roba. A volte non so bene cosa aspettarmi, qualsiasi cosa sia sarebbe bello guarirne presto.