Cado, mi rialzo, ricomincio.

“Nei miei silenzi ho chiuso porte che difficilmente aprirò nuovamente, non per orgoglio, ma per rispetto verso me stessa”.

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Quel giorno che ti rivelasti

Ho sempre pensato che io e te parlassimo due lingue diverse, all’inizio ero convinta che fossero l’una il linguaggio maschile e l’altra quello femminile, ma poi, col tempo, ho realizzato che la tua lingua era quella della manipolazione.

In una conversazione sana tra due persone che si amano si passano generalmente al vaglio i problemi comuni, senza separare i due soggetti, senza analizzare un problema che affligge uno dei due come se fosse alimentato solo dal suo carattere ma, al contrario, cercando di capire le motivazioni che spingono ad essere “distratti”, “irrispettosi”, “egoisti” e che sicuramente sono legate alle dinamiche della coppia, di ognuno dei due componenti di essa.

Con te, se si parlava di me, si dovevano analizzare le mie azioni e leggerci dentro la voglia di evasione, il carattere curioso e l’egoismo. Mai provare ad interpretarli come una reazione naturale alle tue azioni. E questa cosa mi mandava in pappa il cervello perché, al contrario, quando si parlava di te, era tutta una reazione al mio modo di essere.

Non importa che tu non abbia mai smesso di triangolarmi, che abbia agito così anche quando ero completamente soggiogata dalla tua personalità, non importa che io sia stata devota a te, tu eri sempre giustificato nel tuo essere maledettamente stronzo.

Quando volevi farmi male, ma male davvero, ti bastava fare questo gioco orrendo.

E l’ultima volta lo hai fatto, senza badare a spese. Non ti fregava nulla di buttare nell’immondizia la nostra storia, di disattendere delle promesse fresche, di capire che stessi solo cercando di far valere le tue ragioni sulle mie, senza alcuna necessità.

E così sei venuto fino a casa mia perché non ti bastava essere stronzo solo al telefono. Dovevi venire a manifestare la tua violenza a casa mia.

Sei una puttana nel cervello, sei una zoccola qui (e mi hai messo le mani tra le gambe con violenza) e sei zoccola qui (e sbattevi le tue dita sulla mia fronte).

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Hai dato calci al mio divano, hai minacciato di distruggermi casa, mi hai scaraventato sul divano con violenza e mi hai accusato di farti diventare una persona irriconoscibile. Hai continuato a dirmi:

Sei una puttana, ti piace scopare con chiunque, sono sicuro che hai scopato con un altro. (Il mio dolore a questo punto si è fatto gigantesco e ti ho dato uno schiaffo per farti smettere). Ti piaceva quello e non vuoi ammetterlo e stai mandando a puttane la nostra storia per questi motivi. Hai voluto fare la foto con quello abbracciata così (e mi infilavi la lingua in bocca, schifosamente, come un pervertito, con violenza e disprezzo).

Io non posso accettare le scuse che mi hai mandato via mail. Per me non esiste nessuna pazzia che possa giustificare quello che hai fatto. Ero convinta tu fossi un uomo normale, mi ero fidata di quello che mi mostravi.

Sei un verme.

La rabbia

La rabbia è un sentimento che, mio malgrado, mi è diventato familiare.

Odio essere arrabbiata e vorrei trovare una cura efficace contro questo stato d’animo potente e frustrante. Credo di aver peggiorato il grado di pazienza da quando ho smontato la mia testa dal corpo e l’ho portata a spasso per qualche tempo. Ora mi ritrovo spesso a innervosirmi per poca roba. Mi irrigidisco e tremo anche. Assumo un tono di voce cattivo, innaturale e pronuncio frasi senza un senso preciso. Ricordo che un anno fa circa, notai anche una specie di balbettio mentre perdevo le staffe.

Io penso di poter affermare con certezza che questa rabbia sia un’eredità del narcisista. È una rabbia folle e violenta, una rabbia irrazionale, scatenata da futili motivi e non riesco a governarla, sento che deve esplodere nella sua devastazione e assolvere alla sua stupida missione di farmi sentire svuotata e indomabile.

Il sangue circola veloce nelle mie vene, la testa si riempie di pensieri distorti e schizzanti, il mio sguardo si fa obliquo.

La rabbia mi abbandona solo quando ha preso tutto, le energie vitali, il livore e la forza. Mi lascia inerme, molto spesso sul letto o sul divano, gli occhi sbarrati a cercare il nulla, il caldo che mi soffoca e il cuore che mi batte all’impazzata.

Ho letto da qualche parte che ci si ammala di questa roba. A volte non so bene cosa aspettarmi, qualsiasi cosa sia sarebbe bello guarirne presto.

L’amica

Anna la conosco da vent’anni. Nel tempo sono riuscita a mantenere intatta la mia idea su di lei. Quando capita questa cosa, di confermare le impressioni che ho della gente, capisco di aver stabilito una connessione intensa con quella persona e che lei si è mostrata sinceramente per quello che è.

Le ho voluto bene da subito, mi piaceva l’idea di piacerle, nonostante i nove anni di differenza, e mi piaceva anche il suo essere donna. Era alta, riccioluta e con un naso sottile ma allungato, il viso era dolce e la sua voce familiare. Era il 1996 ed Anna era perfettamente inserita nel suo ruolo di mamma con centinaia di responsabilità e di donna sposata che aveva a che fare con una serie di problemi legati al mondo degli adulti. Mi affascinava e la vedevo inarrivabile e forse all’epoca, mi immaginavo così da grande.

Una cosa che avvertivo forte quando ero con lei era, appunto, la differenza d’età tra noi due. Ma ero abituata a questi dettagli, sua sorella, infatti, non perdeva occasione per ricordarmi che aveva tre anni più di me, forse era nei loro geni una certa presunzione di maturità data dall’età anagrafica.

Ad ogni modo, io riuscivo a non mostrare alcun malessere alle battute sul mio essere “più piccola” e non rispondevo a nessuna provocazione anche se bruciavo un po’ dentro. Credo di aver desiderato una certa indipendenza dalla mia famiglia d’origine già da allora.

Ho lasciato che Anna credesse di essere migliore di me e che io le apparissi una vanitosa ragazzina incontentabile. Ho lasciato che prendesse da me quel che poteva, sono stata generosa e consapevole a volte del fatto che quel bene non sarebbe tornato indietro. Non ricordo esattamente quando ho iniziato a confidarmi con lei, ma ho lasciato che lei entrasse nella mia vita senza pretendere di entrare nella sua, un po’ per quella noiosa faccenda dell’età e un po’ perché era chiaro che io non avevo un bagaglio di esperienza che mi consentisse di darle consigli.

La svolta nel nostro rapporto è arrivata quando mi sono sposata. Da quel momento, anche se vivevo a chilometri di distanza da lei, ho assunto ai suoi occhi un valore diverso, come se avessi magicamente acquisito un titolo per poter entrare nella sua sfera personale. Ironia della sorte, mentre io vivevo l’idillio della vita di coppia, l’adrenalina dell’indipendenza dai miei genitori, lei viveva il dramma della separazione.

L’ho vista soffrire e piangere e le ho dato una spalla su cui poggiarsi, senza conoscere bene i suoi drammi, perché la sua porta (lo avrei scoperto più tardi) era ancora semi chiusa ed io ascoltavo banalmente il suo dolore e anche se mi mancava qualche pezzo, sceglievo di accontentarmi ancora di quel che mi dava.

L’ho ritrovata nel 2006, dopo quattro anni di amicizia superficiale, in cui lei ha operato le sue scelte ed io le mie e tra queste c’è stato il mio ritorno al paese. Questa vicinanza ha fatto si che riacquistassimo liquidità nel rapporto e così, molto lentamente, siamo diventate amiche sul serio.

Credo di non aver mai perso del tutto la mia etichetta di amica “da verificare”, poiché avvertivo spesse volte una sensazione di precarietà con lei. Però riuscivo a piacerle, soprattutto quando ritagliavo spazi del mio tempo solo ed esclusivamente per lei. Lei non era l’amica single mia e di mio marito, ma era la mia amica. Andavamo al cinema, uscivamo assieme anche qualche sabato sera se capitava, andavamo ai concerti, viaggiavamo da sole, ed io sacrificavo volentieri gli spazi che altrimenti avrei dedicato alla mia famiglia. All’inizio non sentivo alcuna necessità di avere uno spazio solo per me, ma era un dono speciale per lei, non mi andava di imbarazzarla o farla sentire di troppo in un contesto di vita familiare, ma poi, lentamente, quegli spazi solo con lei sono diventati essenziali e perfettamente incastrati nella mia vita. E dunque lavoravo, facevo la mamma, ero una moglie e avevo un’amica. Ogni cosa aveva il suo spazio ed il suo tempo dedicato.

Piano piano ho captato le sue insicurezze e la verità che si nascondeva dietro le sue scelte, ho avvertito il senso di inadeguatezza e la difficoltà di vivere la sua vita tentando di essere felice. Mi ha letteralmente trasmesso quella insoddisfazione che aleggiava sempre nelle sue cose, o forse, semplicemente, ha svegliato dentro di me l’inquietudine.

Anna non amava il paese, le solite facce che vedeva al lavoro, il suo capo, il suo collega devoto alla famiglia. Anna non amava le feste comandate, i pranzi di famiglia, le ricorrenze. Anna non amava le moine e i regali. Anna amava viaggiare, amava profondamente la libertà di restare a letto per ore, amava la solitudine e la gente, che senza fare troppe domande, si defilava dalla sua vita lasciandola in pace.

Ho dovuto indovinare i suoi stati d’animo. Ho dovuto ricacciare fuori dalla mia testa l’idea che forse era un po’ opportunista, ho dovuto chiamarla per far pace anche quando sono rimasta sola a fronteggiare drammi pesanti della mia vita ai quali ho aggiunto il senso di colpa per averla esclusa, per aver dovuto concentrare le mie energie sulla mia salvezza.

Anna oggi è passata a trovarmi. Vive in Portogallo, lontana da me. Non mi ha chiesto nulla, non mi ha ancora perdonata per essermi fatta intrappolare da un narcisista e averla abbandonata.

Oggi sono molto tranquilla, sembri quasi un ricordo, anche se in cuor mio so perfettamente che così non è. Ho dormito bene, anche senza la mia bustina di magnesio e potassio, ho fatto un’unica tirata di sonno, senza svegliarmi nel cuore della notte con l’incubo di restare col cervello attanagliato a te. Ho comunque fatto un sogno che ti riguardava, ma non ricordo granchè, solo qualche volto e vaghe sensazioni.

Mi sono alzata anche tardi, ho vissuto la mia nuova routine senza di te e ho assaporato anche cose banali come guardare due cartoni animati senza mettere fretta ai miei bambini.

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Il regalo che ti dovevo

La mia maratona di New York

Credo che questa maratona sia arrivata davvero per caso… nonostante l’avessi programmata da tempo, è arrivata l’ora di correrla come arriva spesso il Natale, che ti coglie di sorpresa e non hai fatto tutti i regali che dovevi. Ma nonostante la mia impreparazione, non avevo ansie da prestazione, forse perché il mio innato fatalismo mi fa sempre restare serena.

La mia vita negli ultimi tempi ha preso una piega che forse era prevedibile ma mi ha trascinata in un turbine di negatività inaspettata. Non avevo più voglia di correre ed il mio corpo era pieno di dolori quasi sicuramente di origine psicosomatica , il tendine è stato il primo nervo ad essere colpito ed il tutto combaciava perfettamente con l’andamento della mia storia d’amore. La maratona di New York rappresentava la chiusura di un cerchio che si era aperto esattamente un anno fa.

All’alba del 5 novembre ero molto tranquilla, mi sentivo motivata e lo ero grazie al fatto che avessi avuto messaggi di supporto. Non me ne aspettavo molti e così è stato, ma quello che mi aspettavo con assoluta certezza era arrivato ed io avevo risposto con calma e risolutezza, senza condizionare il mio stato d’animo…anzi, avevo ora un obiettivo chiaro nella testa ed era quello di mostrare la mia medaglia a chi mi aveva tolto il sonno, ma mi aveva anche dato l’unico supporto vero e autentico.

Era ancora buio quando abbiamo raggiunto Staten Island, un mare di gente silenziosa e bizzarra saliva le scale che ci avrebbe portati sul ferry. Sembravamo dei deportati, è brutto dirlo, ma fu la prima sensazione che ebbi, dei deportati ansiosi, nervosi, assonnati… ma felici.

La gente era pacchiana, colorata, variegata ma estremamente silenziosa.

Le sensazioni erano buone e avevo anche fame, qualcuno mi aveva descritto tutto questo ed esattamente mi ero fatta un’idea così di quello che mi sarebbe successo.

Mi rimbombava nella testa il consiglio di non mangiare nulla di tutto ciò che avrei trovato a Staten Island, ma non sarei stata io se avessi seguito ogni dritta. Un bagel asciutto non poteva farmi male. E nemmeno un caffè lungo iper zuccherato.. e nemmeno una cioccolata calda… e nemmeno un gatored mai provato prima, da prendere prima della partenza.

L’incoscienza pre maratona si era impossessata di me.

L’ansia non mi aveva per niente sfiorata e sentivo nell’aria solo la tensione fisica dei runners.

Un canto dell’inno americano e poi lo sparo ci hanno dato il via, ed io sono partita lenta, attenta ad ogni passo, ad ogni cosa che trovavo per terra, felpe, manicotti, borracce, impermeabili, buff… corredi podistici che tappezzavano la strada. E così per 42km, un incessante tifo, accurato, preparato nei dettagli, a volte tra le mura domestiche… cartelloni, biglietti, fogli e striscioni, trombe, grandi cheer point da cui trarre energie per correre (e funzionano davvero!). Tutti cercavano la mia mano per battere il cinque, e laddove la porgevo io, sollevavo un turbine di gioia e condivisione. La gente mi chiamava per nome e mi dava forza, grinta, coraggio, splendore.

Ero una stella impazzita a New York.

Ho percorso le strade della città piena di stupore, e guardato le case, i negozi, le band, la gente e gli animali come per ringraziare tutti per la loro loro ospitalità. Non mi sfuggiva nessun dettaglio e ricordo ancora un maratoneta giocoliere, che correva facendo rimbalzare due palline colorate, col sorriso sulla faccia e la certezza di arrivare al traguardo negli occhi.

Qualche km dopo, una coppia di maratoneti bellissimi, lei correva all’indietro, guardando lui fisso negli occhi, e correva col sorriso e l’amore lampante sul volto.

Sono entrata a Central Park con queste immagini nella testa e al 38mo km non avevo quasi più energie… volevo solo un elicottero che mi portasse al traguardo. Le salite erano distruttive e la gente che faceva il tifo era ormai quasi invisibile per me: la stanchezza era in tutto il mio corpo, dalle braccia, al collo, alle gambe, agli organi interni. Ero lenta e sgraziata nella corsa e mancavano ancora 4 km di sfinimento.

Ma sapevo che sarei arrivata, nulla mi avrebbe fermato.

L’arrivo l’ho visto da lontano, quegli ultimi centonovantacinque metri sono sempre i più lunghi. Il Garmin aveva già finito la sua maratona e lo avevo stoppato, ho corso per la medaglia, per quella patacca color bronzo che tanto ho desiderato al mio collo. L’emozione di chiudere una maratona è l’unico motivo che non mi farà mai smettere di correre. Congratulation, woman, you’re a finisher! Giusto il tempo di un selfie di rito da mandare a chi credeva in me e poi la parte più intensa, camminare con la medaglia al collo fino a casa, la testa piena di pensieri, le endorfine impazzite nel sangue e le lacrime sulle guance.

Domande

Come può mancarmi una persona che mi ha fatto piangere così tanto?

Uno che non ha mai avuto fiducia in me nonostante io fossi dedicata completamente a lui?

Un uomo che mi ha fatta impazzire.

Un uomo che mi ha fatto sentire in colpa sempre.

Un uomo che non ha avuto nessuna pietà per me.

Ti ho lasciato

Ti ho lasciato dopo averti amato e ti ho lasciato nell’unico modo che conosco, sinceramente, dicendoti che non ti ho perdonato nulla.

La mia dipendenza affettiva mi spingeva a ignorare la vocina interiore che spesse volte tentava di farmi ragionare. Lei era lì che mi implorava di aprire gli occhi e capire che tu non eri la persona giusta nella mia vita.

Il vortice narcisista mi risucchiava in estenuanti discussioni sterili e finivo per scusarmi di tutto. Delle lacrime che ti infastidivano, delle domande inopportune, della gelosia. Ti legittimavo a vivere la tua vita senza curarti di me e ti lasciavo rigirarmi come un calzino.

Ieri sono esplosa. E non credo tornerai mai più da me. La verità ti ha manganellato e l’orgoglio non ti lascerà avvicinarti a me nemmeno per sbaglio. Ed io ho bisogno di questo. Voglio che tu vada via da me. Un’altra donna ti dirà le stesse cose che ti sto dicendo io… e capirai che sei condannato ad essere un uomo fallito.

Ancora manipolazione

Il 20 febbraio compivo 39 anni e come molte persone normali attendevo il mio compleanno per gioire di un po’ di protagonismo che mi desse una pacca sulle spalle, un pizzico di autostima in più. Ma senza esagerare… il pensiero di farti stare bene è sempre la mia priorità.

Dalla sera avevi già iniziato a stuzzicarmi, senza ovviamente sentirtene responsabile… e al mattino hai continuato.. la mia festa era già visibilmente compromessa alle 9… fino a sera ero diventata uno straccio su cui pulire i tuoi piedi sporchi.

Il mio 39mo compleanno lo ricorderò per sempre.

San Valentino

Non ho mai festeggiato San Valentino e con questa frase rischio anche di sembrare banale. Ormai è più snob celebrare questa festa piuttosto che farsene beffa.

Eppure oggi sento la sua assenza più che mai. Cerco di analizzarla e ne deduco che è solo gelosia acuta, temo che possa festeggiare con qualcun’altra.

Come posso ancora ragionare in questo modo? La dissonanza cognitiva mi sta distruggendo. Ho paura di perdere la ragione e non capire più quale strada sto percorrendo e perché lo sto facendo.

Ho paura di ricaderci. Di cercarlo, di desiderarlo.

Come posso scordarmi del male che ho sentito e di quello che mi ha fatto. Della finzione che ho percepito. Della manipolazione che ho subito?

Infondermi sensi di colpa

Hai questa passione smodata, che davvero non so, tra tanto male che potevi farmi, perché hai scelto proprio di colpire la mia autostima.

Dopo che oggi ho scoperto le peggio bugie su cose che hai fatto e tipo di relazioni che intrattieni… mentre io mi faccio in otto per garantirti trasparenza e garanzie, hai deciso di accusarmi di avertene fatte di ogni in soli due giorni, anzi forse anche meno… forse il tutto l’ho concentrato nella domenica.

Una persona che se ne fotte di te avrebbe riso di gusto a certe insinuazioni folli e e ti avrebbe sbattuto in faccia le bugie tue, senza bisogno di rassicurarti.

Ma sono abituata a fare una cosa ovvero tranquillizzarti. E ancora una volta ti ho tranquillizzato pur sentendomi una persona maltrattata ho iniziato a rassicurarti e tu mi deridevi. Finalmente una vocina interiore mi ha detto: ehi, ti sta prendendo per il culo da sempre… basta curarti di lui.

Ed ho chiuso.

Sono stata bene questo weekend. Per me può tornare con Monica, può saltare su una nuova preda che nemmeno conosco, ma nessuno potrà distogliermi da quello che sento e che stasera ha confermato.