Cado, mi rialzo, ricomincio.

“Nei miei silenzi ho chiuso porte che difficilmente aprirò nuovamente, non per orgoglio, ma per rispetto verso me stessa”.

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Nostalgia

Ho bisogno di un’amica. Di una persona nuova che abbia la mia profondità. Che abbia consapevolezza delle cose e dignità. Che sappia ascoltare e anche alleggerire, che condivida il suo pensiero e non resti silenziosa. Che mostri i suoi anni, ma dove necessario anche la sua immaturità. Che pianga con me. Che sappia parlare della morte e della vita senza paura. Che parli di sesso senza vergogna.

Ho bisogno di andare al cinema e piangere in sala al buio, ho bisogno di una birra al pub per far finta che è tutto ok.

Ho bisogno di viaggiare da sola per crescere, per sfamarmi di autonomia e desiderare al ritorno una sana dipendenza.

Papà

Quando ero bambina il mio papà era spesso fuori per lavoro. Lo ricordo vagamente come una presenza non importante. Quando litigava con mia madre lei piangeva. Non ricordo le loro scaramucce, ma lei spesso piangeva ed io soffrivo e desideravo che quell’uomo inutile andasse via di casa. Queste le sensazioni che avevo ed i ricordi strambi che conservo.

Durante l’adolescenza lo ricordo meglio. Era con lui che andavo a comprare vestiti per me, era lui che era più attento alla forma delle cose. Quando si arrabbiava era spaventoso e avevo sempre l’impressione di non poterci parlare.

In età adulta ho realizzato le sue debolezze e ho condonato tutti quegli aspetti che gli hanno fatto perdere fascino ai miei occhi. Non era stato il papà ideale, ma avevo compreso le sue difficoltà e i suoi tentativi di essere quello che ogni papà vorrebbe essere.

Papà oggi mi sta lasciando…non riesco a realizzare bene questa fine, ma sarei disonesta se pensassi che domani potrebbe tornare a parlarmi come un mese fa. Vederlo spogliato della sua forza e dolorante, depresso, triste, mi sconvolge.

Ho tanta voglia di piangere.

La mia maratona di Berlino

Questo racconto parte dall’arrivo, dal traguardo tanto sognato di una maratona che sapevo essere veloce ma veloce per me non è stata.

Non è stato niente di tutto quello che avevo immaginato e ho fatto tesoro, forse in maniera definitiva di alcune regole importanti perché anche una sfida con se stessi non diventi una delusione.

Forse il preambolo da fare prima di parlare di una maratona è quello relativo alla sua preparazione, e infatti la maratona è la preparazione. La gara in sè è l’aspetto più bello, più patinato di questa esperienza. La preparazione, invece, è la parte più dura, faticosa e solitaria.

Ancora una volta ho preparato questa maratona con i sentimenti aggrovigliati, ed era come salire e scendere continuamente da una giostra. Non si può essere costanti se il cuore non è a posto.

Ma nonostante questo, non ho saltato un allenamento di quella tabella.

Forse di questa preparazione ricordo con dispiacere due allenamenti in particolare, i primi 30km, che ero felice di aver chiuso abbastanza bene e che inesorabilmente rappresentarono solo una brutta giornata e poi l’ultimo lunghissimo, che purtroppo chiusi a 32km per un dolore al tendine o al cuore, questo non lo ricordo bene.

Si, ho decisamente capito che bisogna scendere dalla giostra per una sfida con se stessi come può essere una maratona. Ma non tutti scendono dalla giostra, molti vivono quel giro come se fossero sulla ruota panoramica, senza scossoni e senza voli pindarici, senza vuoti d’aria che creano il deserto emotivo.

Io non vorrei nemmeno la ruota panoramica, io desidero per me solo la terra sotto ai miei piedi e la certezza di poter sopravvivere e affrontare le mie sfide senza paura.

Quindi la maratona di Berlino è passata davvero come un treno ad alta velocità ed io non ricordo quando sono salita a bordo e quando sono scesa.

Ho sentito la fatica in tutto il corpo. Il caldo asfissiante che mi accelerava il cuore e mi metteva sete. Il corpo trasudava stanchezza e bramava acqua fresca. Volevo solo raggiungere il traguardo.

Ogni chilometro, a partire dal trentesimo, è stato raggiunto con dolore quasi, e sapere di aver fallito contro me stessa mi rendeva la corsa inutile. Credo di ricordare con gioia solo la porta di Brandeburgo. Spettacolare e ancora molto lontana dal traguardo.. pochi metri, ma per me Infiniti passi dolenti.

All’arrivo ho pianto. Medaglia al collo, crampi, quattro ore ed un minuto. Delusione e rabbia.

Come la cioccolata d’estate

Il passaggio cruciale tra la fine della malattia e la guarigione completa è potersi alzare sulle proprie gambe e uscire di casa.

La guarigione sta nel sentirsi guariti.

Oggi ho ancora la febbre, forse qualche linea in più della scorsa settimana. Ma la cura so che funziona. È quella giusta solo che è cara e a volte penso di non premerla permettere.

Sono disciolta come un pezzo di cioccolata ad agosto. Mi sento poco attraenteSo che arriverà l’inverno e sarò un buon cioccolatino di nuovo, ma ora sto così.

Non saprei come intitolare questo post. Vorrei parlare di come mi sento rileggendo le pagine del mio diario di un anno fa e rivedendo i video di un anno fa.

Quello che esprimevo era tanto dolore, impotenza e frustrazione. E oggi sono esattamente allo stesso punto, come se nulla sia cambiato. E invece in mezzo c’e un anno di grossi cambiamenti miei, di sacrifici e di attenzioni particolari. Un anno di dure prove, come se dovessi guadagnarmi l’amore dell’uomo che io invece amavo già profondamente.

L’altro giorno mi balenava per la testa la parola dignità. Mi sfuggiva il significato intrinseco della parola. Avevo ben chiaro il significato generico ma nei fatti, non ero in grado di determinarne un significato preciso. Sono andata su Wikipedia per poterlo cogliere meglio:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Dignità

Io ho perso la dignità ed ora tocca andarmela a riprendere. Se avrò fatto mio questo obiettivo guarirò in fretta.

Lily

Lily è la mia gatta. È ancora molto giovane, ma ogni giorno mi insegna qualcosa sulla sua indipendenza. La fisso negli occhi e vorrei essere come lei. Nonostante i tentativi di addomesticarla, nonostante l’amore quasi incondizionato che riceve qui a casa, nonostante lo spazio a lei dedicato, il tempo e la cura, appena può tenta la fuga. Vorrebbe uscire di casa ed esplorare la strada.

Amo il suo sradicamento, l’essere attaccata a noi come una foglia, non come una radice.

Cerca le coccole e se le prende, se non gradisce si divincola e non c’è santo che possa strapparle un po’ di mansuetudine quando non ne ha voglia. Dorme spesso e invidio anche quella sua possibilità di farlo ovunque, in qualsiasi momento della giornata e senza badare al caos che la circonda.

Voglio essere come lei, inattaccabile dai sentimentalismi, fiera nel portamento, silenziosa e imperscrutabile.

La mia gatta conosce tanti miei segreti, quando piango mi osserva, sembra quasi avere compassione di me, ma poi si lecca il pelo e passa alla toilette, come a volermi far capire che non serve a nulla, la vita ha cose più importanti a cui badare.

Quel giorno che ti rivelasti

Ho sempre pensato che io e te parlassimo due lingue diverse, all’inizio ero convinta che fossero l’una il linguaggio maschile e l’altra quello femminile, ma poi, col tempo, ho realizzato che la tua lingua era quella della manipolazione.

In una conversazione sana tra due persone che si amano si passano generalmente al vaglio i problemi comuni, senza separare i due soggetti, senza analizzare un problema che affligge uno dei due come se fosse alimentato solo dal suo carattere ma, al contrario, cercando di capire le motivazioni che spingono ad essere “distratti”, “irrispettosi”, “egoisti” e che sicuramente sono legate alle dinamiche della coppia, di ognuno dei due componenti di essa.

Con te, se si parlava di me, si dovevano analizzare le mie azioni e leggerci dentro la voglia di evasione, il carattere curioso e l’egoismo. Mai provare ad interpretarli come una reazione naturale alle tue azioni. E questa cosa mi mandava in pappa il cervello perché, al contrario, quando si parlava di te, era tutta una reazione al mio modo di essere.

Non importa che tu non abbia mai smesso di triangolarmi, che abbia agito così anche quando ero completamente soggiogata dalla tua personalità, non importa che io sia stata devota a te, tu eri sempre giustificato nel tuo essere maledettamente stronzo.

Quando volevi farmi male, ma male davvero, ti bastava fare questo gioco orrendo.

E l’ultima volta lo hai fatto, senza badare a spese. Non ti fregava nulla di buttare nell’immondizia la nostra storia, di disattendere delle promesse fresche, di capire che stessi solo cercando di far valere le tue ragioni sulle mie, senza alcuna necessità.

E così sei venuto fino a casa mia perché non ti bastava essere stronzo solo al telefono. Dovevi venire a manifestare la tua violenza a casa mia.

Sei una puttana nel cervello, sei una zoccola qui (e mi hai messo le mani tra le gambe con violenza) e sei zoccola qui (e sbattevi le tue dita sulla mia fronte).

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Sei una puttana qui e qui!

Hai dato calci al mio divano, hai minacciato di distruggermi casa, mi hai scaraventato sul divano con violenza e mi hai accusato di farti diventare una persona irriconoscibile. Hai continuato a dirmi:

Sei una puttana, ti piace scopare con chiunque, sono sicuro che hai scopato con un altro. (Il mio dolore a questo punto si è fatto gigantesco e ti ho dato uno schiaffo per farti smettere). Ti piaceva quello e non vuoi ammetterlo e stai mandando a puttane la nostra storia per questi motivi. Hai voluto fare la foto con quello abbracciata così (e mi infilavi la lingua in bocca, schifosamente, come un pervertito, con violenza e disprezzo).

Io non posso accettare le scuse che mi hai mandato via mail. Per me non esiste nessuna pazzia che possa giustificare quello che hai fatto. Ero convinta tu fossi un uomo normale, mi ero fidata di quello che mi mostravi.

Sei un verme.

La rabbia

La rabbia è un sentimento che, mio malgrado, mi è diventato familiare.

Odio essere arrabbiata e vorrei trovare una cura efficace contro questo stato d’animo potente e frustrante. Credo di aver peggiorato il grado di pazienza da quando ho smontato la mia testa dal corpo e l’ho portata a spasso per qualche tempo. Ora mi ritrovo spesso a innervosirmi per poca roba. Mi irrigidisco e tremo anche. Assumo un tono di voce cattivo, innaturale e pronuncio frasi senza un senso preciso. Ricordo che un anno fa circa, notai anche una specie di balbettio mentre perdevo le staffe.

Io penso di poter affermare con certezza che questa rabbia sia un’eredità del narcisista. È una rabbia folle e violenta, una rabbia irrazionale, scatenata da futili motivi e non riesco a governarla, sento che deve esplodere nella sua devastazione e assolvere alla sua stupida missione di farmi sentire svuotata e indomabile.

Il sangue circola veloce nelle mie vene, la testa si riempie di pensieri distorti e schizzanti, il mio sguardo si fa obliquo.

La rabbia mi abbandona solo quando ha preso tutto, le energie vitali, il livore e la forza. Mi lascia inerme, molto spesso sul letto o sul divano, gli occhi sbarrati a cercare il nulla, il caldo che mi soffoca e il cuore che mi batte all’impazzata.

Ho letto da qualche parte che ci si ammala di questa roba. A volte non so bene cosa aspettarmi, qualsiasi cosa sia sarebbe bello guarirne presto.

L’amica

Anna la conosco da vent’anni. Nel tempo sono riuscita a mantenere intatta la mia idea su di lei. Quando capita questa cosa, di confermare le impressioni che ho della gente, capisco di aver stabilito una connessione intensa con quella persona e che lei si è mostrata sinceramente per quello che è.

Le ho voluto bene da subito, mi piaceva l’idea di piacerle, nonostante i nove anni di differenza, e mi piaceva anche il suo essere donna. Era alta, riccioluta e con un naso sottile ma allungato, il viso era dolce e la sua voce familiare. Era il 1996 ed Anna era perfettamente inserita nel suo ruolo di mamma con centinaia di responsabilità e di donna sposata che aveva a che fare con una serie di problemi legati al mondo degli adulti. Mi affascinava e la vedevo inarrivabile e forse all’epoca, mi immaginavo così da grande.

Una cosa che avvertivo forte quando ero con lei era, appunto, la differenza d’età tra noi due. Ma ero abituata a questi dettagli, sua sorella, infatti, non perdeva occasione per ricordarmi che aveva tre anni più di me, forse era nei loro geni una certa presunzione di maturità data dall’età anagrafica.

Ad ogni modo, io riuscivo a non mostrare alcun malessere alle battute sul mio essere “più piccola” e non rispondevo a nessuna provocazione anche se bruciavo un po’ dentro. Credo di aver desiderato una certa indipendenza dalla mia famiglia d’origine già da allora.

Ho lasciato che Anna credesse di essere migliore di me e che io le apparissi una vanitosa ragazzina incontentabile. Ho lasciato che prendesse da me quel che poteva, sono stata generosa e consapevole a volte del fatto che quel bene non sarebbe tornato indietro. Non ricordo esattamente quando ho iniziato a confidarmi con lei, ma ho lasciato che lei entrasse nella mia vita senza pretendere di entrare nella sua, un po’ per quella noiosa faccenda dell’età e un po’ perché era chiaro che io non avevo un bagaglio di esperienza che mi consentisse di darle consigli.

La svolta nel nostro rapporto è arrivata quando mi sono sposata. Da quel momento, anche se vivevo a chilometri di distanza da lei, ho assunto ai suoi occhi un valore diverso, come se avessi magicamente acquisito un titolo per poter entrare nella sua sfera personale. Ironia della sorte, mentre io vivevo l’idillio della vita di coppia, l’adrenalina dell’indipendenza dai miei genitori, lei viveva il dramma della separazione.

L’ho vista soffrire e piangere e le ho dato una spalla su cui poggiarsi, senza conoscere bene i suoi drammi, perché la sua porta (lo avrei scoperto più tardi) era ancora semi chiusa ed io ascoltavo banalmente il suo dolore e anche se mi mancava qualche pezzo, sceglievo di accontentarmi ancora di quel che mi dava.

L’ho ritrovata nel 2006, dopo quattro anni di amicizia superficiale, in cui lei ha operato le sue scelte ed io le mie e tra queste c’è stato il mio ritorno al paese. Questa vicinanza ha fatto si che riacquistassimo liquidità nel rapporto e così, molto lentamente, siamo diventate amiche sul serio.

Credo di non aver mai perso del tutto la mia etichetta di amica “da verificare”, poiché avvertivo spesse volte una sensazione di precarietà con lei. Però riuscivo a piacerle, soprattutto quando ritagliavo spazi del mio tempo solo ed esclusivamente per lei. Lei non era l’amica single mia e di mio marito, ma era la mia amica. Andavamo al cinema, uscivamo assieme anche qualche sabato sera se capitava, andavamo ai concerti, viaggiavamo da sole, ed io sacrificavo volentieri gli spazi che altrimenti avrei dedicato alla mia famiglia. All’inizio non sentivo alcuna necessità di avere uno spazio solo per me, ma era un dono speciale per lei, non mi andava di imbarazzarla o farla sentire di troppo in un contesto di vita familiare, ma poi, lentamente, quegli spazi solo con lei sono diventati essenziali e perfettamente incastrati nella mia vita. E dunque lavoravo, facevo la mamma, ero una moglie e avevo un’amica. Ogni cosa aveva il suo spazio ed il suo tempo dedicato.

Piano piano ho captato le sue insicurezze e la verità che si nascondeva dietro le sue scelte, ho avvertito il senso di inadeguatezza e la difficoltà di vivere la sua vita tentando di essere felice. Mi ha letteralmente trasmesso quella insoddisfazione che aleggiava sempre nelle sue cose, o forse, semplicemente, ha svegliato dentro di me l’inquietudine.

Anna non amava il paese, le solite facce che vedeva al lavoro, il suo capo, il suo collega devoto alla famiglia. Anna non amava le feste comandate, i pranzi di famiglia, le ricorrenze. Anna non amava le moine e i regali. Anna amava viaggiare, amava profondamente la libertà di restare a letto per ore, amava la solitudine e la gente, che senza fare troppe domande, si defilava dalla sua vita lasciandola in pace.

Ho dovuto indovinare i suoi stati d’animo. Ho dovuto ricacciare fuori dalla mia testa l’idea che forse era un po’ opportunista, ho dovuto chiamarla per far pace anche quando sono rimasta sola a fronteggiare drammi pesanti della mia vita ai quali ho aggiunto il senso di colpa per averla esclusa, per aver dovuto concentrare le mie energie sulla mia salvezza.

Anna oggi è passata a trovarmi. Vive in Portogallo, lontana da me. Non mi ha chiesto nulla, non mi ha ancora perdonata per essermi fatta intrappolare da un narcisista e averla abbandonata.